martedì 18 settembre 2007

L'Albero Cavo


Rimanemmo con la Venerabile Kita per tre settimane, durante le quali, mentre mio padre si prodigava per svolgere moltissime mansioni per la donna, ella mi studiava e mi istruiva insieme.
Soprattutto, la Venerabile Kita non perdeva occasione di mettermi alla prova, di cercare di scoprire i limiti di quei poteri che io non comprendevo ancora e che invece per lei erano assolutamente naturali.
Ogni sera, poi, prima di lasciarmi andare a dormire, mi chiedeva di parlarle di tutto ciò che durante il giorno aveva attirato la mia attenzione e risvegliato la mia curiosità: era sempre pronta ad aiutarmi a comprendere il perché delle cose e mi spingeva, con la severità bonaria di una nonna, a pormi sempre nuovi interrogativi.

A ripensarci adesso, mi sembra che quei giorni siano parte di un'altra esistenza, quasi non facessero realmente parte della mia vita, la quale, ora come ora, è ben più complessa e difficile di quanto non lo fosse all'epoca.
Eppure, questi ricordi preziosi risvegliano nel mio cuore un'energia, un tepore piacevole e protettivo come quello del piccolo fuoco che ardeva nella capanna della vecchia...

La mattina del diciottesimo giorno, però, la Venerabile Kita non mi portò con sé in giro per il bosco, interrogandomi, osservandomi e - nascostamente - istruendomi: mi condusse invece molto addentro tra gli alberi, seguendo un sentiero invisibile fatto di muschi, rami particolari e ricordi, in una piccola radura al centro della quale si ergeva la più grande quercia che avessi mai visto!
Era alta almeno venti metri, e la circonferenza del suo tronco era tale che nemmeno cinquanta Halfling, tenendosi per mano, avrebbero potuto cingerla completamente.
I suoi rami, verdi di foglie, sembravano emanare un'aura tangibile di selvaggia vitalità; il vento che stormiva fra di essi aveva tonalità possenti e pareva donare all'albero voce e sentimenti, sicché mi sentii improvvisamente piccolo e insignificante davanti a tanta possanza.
La Venerabile Kita mi mise una mano sulla spalla, e mi sorrise: "Questo albero, mio piccolo amico, non è una quercia qualunque..." Con un ampio movimento della mano ne indicò il tronco nodoso: "Esso è uno dei Padri dei Boschi, i più antichi e saggi tra gli alberi. Le loro radici profonde conoscono i segreti della terra, e i lor rami svettanti parlano il linguaggio del vento e degli uccelli. La linfa scorre in loro carica della forza stessa della Grande Madre, la terra; i loro tronchi nodosi hanno visto tutte le ere del mondo..." Con un sorriso dolce, la Venerabile Kita mi sospinse verso l'albero: "...e le profondità nascoste tra le loro radici sono rifugio per le creature del bosco, e grembo per chi deve rinascere a nuova vita..."
Tremando mi voltai verso la donna, incapace di esprimere la mia soggezione e la mia paura. Ma la Venerabile Kita, sempre sorridente, mi sospinse inflessibile verso un intrico particolarmente grosso di radici, all'interno del quale si intravedeva un incavo, quasi l'ingresso di una piccola grotta: "Entra, Odo.", mi disse, sempre sospingendomi delicatamente ma con fermezza: "E' tempo che tu sappia chi sei e capisca cos'è che ti sta accadendo."
E con un'ultima spinta, mi pose innanzi all'imboccatura di quella spelonca lignea.
Di nuovo mi voltai a guardarla, esitante, ma la Venerabile Kita mi fece cenno di proseguire.
Così, spaventato, mi misi carponi e mi spinsi tra le radici del Padre dei Boschi. Non appena varcai completamente l'angusto ingresso, mi ritrovai in una specie di caverna fatta di radici, legno e terra. La luce esterna non penetrava in quell'ambiente, eppure non sentivo freddo, né l'aria mi sembrava umida: era anzi, calda e accogliente, e si muoveva attorno a me in piccole volute, come se fosse il respiro della quercia - o della terra stessa, chissà.
In breve la paura svanì, e persi completamente la concezione del tempo, abbandonandomi al rassicurante abbraccio del Padre dei Boschi e al piacevole torpore che mi stava invadendo.
Pian piano scivolai nel sonno; e nel sonno mi parve di sentire un basso mormorio, quasi una voce, cullarmi e guidarmi nei miei sogni...

martedì 7 agosto 2007

La Venerabile Kita

Pochi giorni dopo la mia guarigione, i miei genitori si riunirono con gli anziani del Clan per discutere di quel che era successo.
Non so cosa si dissero, ma parlarono per tutta la notte e buona parte del giorno successivo.
Alla fine, mio padre e mia madre vennero da me e mi dissero di raccogliere le mie cose. Scoppiai a piangere: ero convinto che i miei genitori non mi volessero più, che mi volessero abbandonare...
Invece, mia madre mi strinse forte a sé e mi riempì di baci; mi cullò tra le braccia, come fossi ancora un neonato, e con voce stanca, ma gentile, mi disse di non preoccuparmi: non mi avrebbero lasciato mai.
Però il Clan - e loro erano, in fondo, d'accordo - riteneva che si dovesse capire meglio cosa mi stesse accadendo.
Perciò mio padre mi avrebbe acompagnato dalla Venerabile Kita.
La Venerabile Kita!!! Incredibile!!! Quella donna era già terribilmente anziana quando il nonno di mio nonno si era rivolto a lei, innumerevoli anni or sono, affinché guarisse sua moglie dalla Febbre delle Paludi.
Per tutti gli Halfling del mio Clan la Venerabile Kita era qualcosa a metà tra una leggenda e una potenza della natura. Si diceva che parlasse con le piante e con gli animali, che potesse controllare il tempo atmosferico, che la sua vista potesse scrutare nel passato più remoto così come vedere il futuro più distante...
La Venerabile Kita!!!
Non sapevo se ero più curioso o più spaventato...
Comunque, poche ore dopo mio padre e io ci trovavamo in sella a un pony grassottello, diretti verso nord.
Pensavo che sarebbe stato un viaggio breve; invece ci vollero più di sette giorni perché giungessimo a destinazione: le pendici di un alto picco - conosciuto come La Rupe dell'Aquila -, nel pieno di un bosco di conifere dall'aspetto decisamente selvaggio e poco ospitale.
Confesso che avevo paura: il bosco era scuro, soprattutto ora che si avvicinava il crepuscolo; intorno a noi c'erano scricchiolii, rumori di passi, versi di animali a me sconosciuti... E poi avevo la sensazione di essere costantemente controllato da qualcuno - o da qualcosa.
Mio padre non era meno inquieto di me; eppure cercava di matenersi calmo, e di non far spaventare me ancora di più.
Ci affrettammo a montare una tenda, e ci prendemmo cura del pony (che io avevo affettuosamente chiamato "Mandy", perché aveva uno sguardo che mi ricordava uno dei cugini di mia madre, Mandethor), anche se ci preoccupammo di impastoiarlo per evitare che potesse fuggire. Se lo avessimo osservato bene, ci saremmo invece resi conto che lui era tranquillissimo, come se si trovasse ancora nella sua stalla e non in mezzo a una foresta sconosciuta: avremmo così capito che i pericoli che immaginavamo erano molto poco reali...
La notte infatti trascorse tranquilla.
E al mattino, appena il sole si fece largo tra le fronde, riposato e più tranquillo, uscii dalla tenda, approfittando del fatto che mio padre ancora russava; mi stiracchiai, mi girai verso Mandy, e sgranai gli occhi! Vicino al pony sedeva, compostamente, la Halfling più vecchia che avessi mai visto: il suo viso era una ragnatela di rughe; i capelli bianchi, lunghissimi, erano raccolti in una treccia che doveva superare abbondantemente il metro e mezzo di lunghezza; eppure gli occhi, di un verde brillante, non mostravano alcuna traccia di senilità.
La vecchia sorrise del mio sbigottimento, e mi fece cenno di andare da lei: "Si, mio piccolo amico. Io sono Kita", disse con una voce che era come il suono argentino delle acque di un ruscello. "Ti attendevo, Odo....", sorrise, "...e attendevo anche tuo padre. Perciò corri, torna alla tenda e chiamalo, per piacere."
Mi sorrise di nuovo, e poi si rivolse a Mandy, sussurrandogli chissà quali parole sottovoce.
Corsi da mio padre e lo svegliai, concitato, e gli dissi della Venerabile Kita. Lui si affrettò fuori dalla tenda, nervoso, e mi prese per mano.
Io non riuscivo a fare altro che guardare gli occhi brillanti dell'anziana donna...

venerdì 20 luglio 2007

Nebbia, fiamme e strali di luce

Le settimane successive all’incidente trascorsero nella normalità di una tipica famiglia Halfling (ciò vuol dire: lavori domestici; artigianato; colazioni, pranzi e cene… Soprattutto, colazioni pranzi e cene!!!).I miei genitori continuavano però a tenermi d’occhio, anche se con discrezione, preoccupati che potesse accadermi qualcos’altro di “strano”.
Io non mi accorgevo di nulla: per me tutto era ripreso come al solito, e la vicenda dell’orso era ormai dimenticata.
Purtroppo pochi giorni dopo il mio ottavo compleanno, mentre si era nel pieno dell’estate, Harenk Sol venne nuovamente attaccato dai Lucertoloidi.
Solo che questa volta quei predoni scagliosi si erano ben organizzati: avevano tra le loro fila almeno due Shamani, fruitori di magia dai poteri legati a filo doppio con le forze naturali.
Poco dopo l’alba, infatti, una misteriosa e densa nebbia scivolò dalle colline a nord verso il villaggio, muovendosi decisamente in direzione opposta alla brezza che spirava, come ogni mattina, dal mare. In pochi minuti tutto Harenk Sol fu ricoperto da un innaturale manto di umidità lattea, tanto spesso da impedire di vedere a più di qualche palmo dal proprio naso.
L’olfatto acuto dei Lucertoloidi permetteva però loro di muoversi agevolmente nella nebbia e di attaccare senza particolari limitazioni: in breve tempo riuscirono a saccheggiare metà delle capanne e a bruciare la stalla e il granaio.
Io di quel giorno ricordo poco: la nebbia, le urla di terrore dei miei concittadini mescolate a quelle di trionfo dei Lucertoloidi. Mia madre, Celdya, e le mie sorelle mentre fuggivano in cerca di un rifugio, e io con loro.
E mio padre, in piedi, con una spada stretta tra le mani e protesa verso due predoni, pronto a difendere la nostra fuga a costo della vita. Poi un nuovo urlo, di rabbia, uscito dalle sue labbra, un salto in avanti, il cozzare delle spade, e la caduta, lenta, inesorabile, di uno degli assalitori, colpito a morte da mio padre.
Ricordo che mi svincolai da mia madre, e mi voltai del tutto verso di lui, fiero e affascinato… E fu allora che vidi le sagome incappucciate degli Shamani gesticolare verso mio padre; e subito dopo un singolo dardo scaturire dalle dita squamose di ciascuna delle due creature e colpire mio padre in pieno petto.
Onestamente, non ricordo cosa accadde dopo.
Mia madre, quando fui abbastanza grande per capire, mi raccontò che, piangendo, urlai verso gli Shamani, ripetendone forsennatamente i gesti; e allora anche dalle mie dita scaturì un dardo di luce. E poi un altro, e un altro, e un altro, e un altro ancora…
Finché dei due Lucertoloidi non rimasero che dei cadaveri fumanti.
A quel punto la nebbia si dissolse miracolosamente, e io svenni.
Rimasi in stato di incoscienza per ben tre giorni, durante i quali mia madre e mio padre (che nel frattempo andava rimettendosi dalla ferita, brutta, si, ma non mortale) si presero cura di me e contemporaneamente rifletterono sul mio futuro.
Intanto gli altri abitanti del villaggio avevano avuto la meglio sui Lucertoloidi i quali, privati della magia dei loro Shamani, persero gran parte della loro baldanza…
Fu una grande vittoria per gli abitanti di Harenk Sol: talmente grande che per tutti i cinque anni successivi i Lucertoloidi non si fecero vedere.
Ma per me fu soprattutto l’inizio della seconda parte della mia vita…

giovedì 12 luglio 2007

Stregoni si Nasce!!!

Sono il terzo di cinque figli, l’unico maschio tra quattro sorelle.

Mio padre, Bulko, ha subito iniziato a educarmi affinché potessi aiutarlo nel suo lavoro di calzolaio e, un giorno, persino sostituirlo.

Solo che io sono sempre stato un tipetto irrequieto, e benché abbia imparato volentieri il mestiere, preferivo di gran lunga quando, nei momenti di pausa, mio padre mi portava a pescare…

Ricordo con immenso piacere i caldi pomeriggi estivi trascorsi, nelle ore più calde, pigramente distesi, mio padre e io, all’ombra degli alberi sulle rive di un vicino ruscello, a sonnecchiare e a cercare di procurarci la cena muniti di canna, galleggiante, lenza ed esca…

Fu proprio durante uno di quei momenti che, per la prima volta, mi accadde qualcosa di “bizzarro”…

Avevo sei o sette anni, e stavo pescando con mio padre; tra di noi era iniziata una competizione amichevole a chi avrebbe preso il pesce più grosso.

Dopo un paio di ore totalmente infruttuose, finalmente ero riuscito a prendere all’amo qualcosa. Doveva essere un pesce bello grosso, almeno a giudicare dalla forza con cui strattonava la lenza, trascinandomi inesorabilmente in avanti, verso le acque del torrente.

Ovviamente, sapevo già nuotare – come tutti i membri della mia famiglia avevo imparato ben prima di muovere i primi passi -, ma ero comunque spaventato ed eccitato.

Mio padre mi incitava a non demordere, ma mi stava lo stesso vicino, pronto ad aiutarmi in caso di bisogno. Solo che neanche lui si aspettava quel che stava per accadere…

Dopo parecchi minuti di sforzi tremendi, ero finalmente riuscito a trascinare a riva il MIO pesce: un grosso salmone! Lo deposi subito nella gerla che avevamo con noi, deciso a godermi le lodi sperticate che sapevo mio padre mi avrebbe rivolto.

Peccato che un grosso orso, attirato dall’odore del pesce, decise di emergere dal sottobosco proprio mentre festeggiavamo.

Mio padre strabuzzò gli occhi, e io mi fermai, terrorizzato: l’orso era enorme, specie se paragonato a noi due, piccoli Halfling. E sembrava deciso a ottenere il mio salmone a qualunque costo…

Ringhiando e ruggendo si era infatti messo davanti a noi, pronto ad attaccarci.

Mio padre fece allora qualcosa di estremamente coraggioso, e tremendamente stupido: raccolse un sasso da terra e lo scagliò verso l’animale, deciso ad attirarne l’attenzione e a tenerlo occupato, in modo da darmi il tempo di fuggire.

Solo che l’orso non si fece intimorire affatto: con un solo colpo mise fuori combattimento mio padre, stordendolo.

Mi misi a urlare, e protesi le braccia in avanti, nel disperato tentativo di difendermi.

E avvenne il miracolo: una forte, improvvisa luce abbagliante scaturì dal palmo della mia mano sinistra e si infranse contro gli occhi dell’orso.

L’animale, più sorpreso che altro, si mosse goffamente all’indietro, finendo per mettere le zampe sul greto viscido del torrente. Un secondo dopo, con mia somma sorpresa, era caduto in acqua…

Intanto mio padre si era ripreso abbastanza da riuscire ad alzarsi. Mi afferrò per un braccio e mi trascinò via, correndo a perdifiato verso il villaggio.

L’avevamo scampata bella; ma per assurdo i miei genitori, quando discussero l’accaduto, si mostrarono più preoccupati di quel che avevo fatto io che del pericolo rappresentato dall’orso.

Il perché lo avrei compreso pian piano negli anni successivi.

mercoledì 11 luglio 2007

...è iniziato ben prima che mi mettessi in cammino...

Ho avuto la fortuna di nascere in un piccolo villaggio di pescatori, Harenk Sol, situato lungo la costa meridionale del Ducato, proprio di fronte al complesso di grandi scogli, affioranti dal mare, chiamati Denti di Narvalo.

La mia famiglia si era stabilita lì pochi anni prima della mia nascita, quando l’intero Clan di mio padre – i Sassofrasso, appunto – aveva deciso che era tempo di “togliere i finimenti ai cavalli” – un modo MOLTO Halfling per definire il desiderio di fermarsi per un po’ in qualche luogo.

All’epoca gli abitanti originari del villaggio non furono molto contenti che la mia gente si fosse fermata da loro, ma ben presto le notevoli capacità artigianali dei membri del mio Clan, unite alla naturale socievolezza di noi Halfling, permisero ai locali di superare la loro innata diffidenza.

Certo, gran parte del merito della cosa va ai miei zii paterni, Gerb e Iris, pasticceri senza pari e autentici geni della “diplomazia da pranzo” – altro modo di dire tipico della mia razza, usato per indicare i pranzi di lavoro in genere, e quelli mooolto abbondanti nel particolare -. Furono le torte cucinate da loro a conquistare prima i bambini e poi i grandi; quei dolci furono, per gli abitanti di Harenk Sol, un piacevolissimo diversivo dalla routine, prima, e un piacere irrinunciabile, poi.

Ma quello che più aiuto il mio Clan a integrarsi fu che, poche settimane dopo essere giunti nel villaggio, i miei parenti contribuirono a difenderlo da uno dei periodici assalti di Lucertoloidi.

Dovete sapere che a poco più di un giorno di viaggio da Harenk Sol, verso sud-est, si trova una vasta zona paludosa, creata dalla confluenza di due fiumi, il Peka e l’Abhainn. Lì vivono molte tribù di Lucertoloidi. La più grande di esse, quella che ha per simbolo un Occhio di Drago Nero, periodicamente si spingeva – e si spinge tuttora – verso zone più ricche e fertili per razziare e depredare.

Solitamente in quelle occasioni gli abitanti di Harenk Sol si limitavano a raccogliere quanti più dei loro beni e si rifugiavano in mare, decisi a tornare a casa solo dopo che i Lucertoloidi se ne fossero andati.

Ma quella specifica volta, un po’ spinti e un po’ trascinati alla lotta dai membri del mio Clan – gente pratica e avvezza a difendersi da predoni, briganti e razziatori -, gli abitanti del villaggio impugnarono le “armi” (tridenti, forconi, attrezzi da lavoro) e riuscirono a ricacciare i loro assalitori scagliosi nelle paludi.

La festa per la vittoria durò 3 giorni e 3 notti.

La battaglia più memorabile contro degli invasori avvenne però solo 12 anni dopo; all’epoca avevo appena 8 anni e – beh… - fu in gran parte colp… merito… mio se il villaggio si salvò dalla distruzione.

Ma questa è un’altra storia.

lunedì 9 luglio 2007

Il mio viaggio...

Salve a tutti.
Sono lieto di vedervi, di conoscervi.
Benvenuti in questo mio diario di viaggio...
Ma lasciate che mi presenti: mi chiamo Odo, e sono un giovane Halfling con l'amore per la buona cucina, per i viaggi e per la... Magia.
Eh, già! Perché io sono uno Stregone... Uno di quei rari fruitori di Magia in grado di lanciare potenti Incantesimi più per istinto che per effettiva conoscenza.
Il problema, è che sono un tipino decisamente impulsivo... Il che mi fa finire spesso nei guai!!!
Oltretutto, sono anche molto, molto curioso - alcuni dicono "impiccione" -; perciò potete capire quanto la mia vita sia costellata di "incidenti" e - ahimé - di "disastri" di varia natura.
E se avrete la pazienza di venirmi a trovare, pian piano ve ne narrerò parecchi...
Perciò, mettetevi comodi, servitevi una bella birra fresca, magari accendetevi la pipa e godetevi le mie storie...