Pochi giorni dopo la mia guarigione, i miei genitori si riunirono con gli anziani del Clan per discutere di quel che era successo.
Non so cosa si dissero, ma parlarono per tutta la notte e buona parte del giorno successivo.
Alla fine, mio padre e mia madre vennero da me e mi dissero di raccogliere le mie cose. Scoppiai a piangere: ero convinto che i miei genitori non mi volessero più, che mi volessero abbandonare...
Invece, mia madre mi strinse forte a sé e mi riempì di baci; mi cullò tra le braccia, come fossi ancora un neonato, e con voce stanca, ma gentile, mi disse di non preoccuparmi: non mi avrebbero lasciato mai.
Però il Clan - e loro erano, in fondo, d'accordo - riteneva che si dovesse capire meglio cosa mi stesse accadendo.
Perciò mio padre mi avrebbe acompagnato dalla Venerabile Kita.
La Venerabile Kita!!! Incredibile!!! Quella donna era già terribilmente anziana quando il nonno di mio nonno si era rivolto a lei, innumerevoli anni or sono, affinché guarisse sua moglie dalla Febbre delle Paludi.
Per tutti gli Halfling del mio Clan la Venerabile Kita era qualcosa a metà tra una leggenda e una potenza della natura. Si diceva che parlasse con le piante e con gli animali, che potesse controllare il tempo atmosferico, che la sua vista potesse scrutare nel passato più remoto così come vedere il futuro più distante...
La Venerabile Kita!!!
Non sapevo se ero più curioso o più spaventato...
Comunque, poche ore dopo mio padre e io ci trovavamo in sella a un pony grassottello, diretti verso nord.
Pensavo che sarebbe stato un viaggio breve; invece ci vollero più di sette giorni perché giungessimo a destinazione: le pendici di un alto picco - conosciuto come La Rupe dell'Aquila -, nel pieno di un bosco di conifere dall'aspetto decisamente selvaggio e poco ospitale.
Confesso che avevo paura: il bosco era scuro, soprattutto ora che si avvicinava il crepuscolo; intorno a noi c'erano scricchiolii, rumori di passi, versi di animali a me sconosciuti... E poi avevo la sensazione di essere costantemente controllato da qualcuno - o da qualcosa.
Mio padre non era meno inquieto di me; eppure cercava di matenersi calmo, e di non far spaventare me ancora di più.
Ci affrettammo a montare una tenda, e ci prendemmo cura del pony (che io avevo affettuosamente chiamato "Mandy", perché aveva uno sguardo che mi ricordava uno dei cugini di mia madre, Mandethor), anche se ci preoccupammo di impastoiarlo per evitare che potesse fuggire. Se lo avessimo osservato bene, ci saremmo invece resi conto che lui era tranquillissimo, come se si trovasse ancora nella sua stalla e non in mezzo a una foresta sconosciuta: avremmo così capito che i pericoli che immaginavamo erano molto poco reali...
La notte infatti trascorse tranquilla.
E al mattino, appena il sole si fece largo tra le fronde, riposato e più tranquillo, uscii dalla tenda, approfittando del fatto che mio padre ancora russava; mi stiracchiai, mi girai verso Mandy, e sgranai gli occhi! Vicino al pony sedeva, compostamente, la Halfling più vecchia che avessi mai visto: il suo viso era una ragnatela di rughe; i capelli bianchi, lunghissimi, erano raccolti in una treccia che doveva superare abbondantemente il metro e mezzo di lunghezza; eppure gli occhi, di un verde brillante, non mostravano alcuna traccia di senilità.
La vecchia sorrise del mio sbigottimento, e mi fece cenno di andare da lei: "Si, mio piccolo amico. Io sono Kita", disse con una voce che era come il suono argentino delle acque di un ruscello. "Ti attendevo, Odo....", sorrise, "...e attendevo anche tuo padre. Perciò corri, torna alla tenda e chiamalo, per piacere."
Mi sorrise di nuovo, e poi si rivolse a Mandy, sussurrandogli chissà quali parole sottovoce.
Corsi da mio padre e lo svegliai, concitato, e gli dissi della Venerabile Kita. Lui si affrettò fuori dalla tenda, nervoso, e mi prese per mano.
Io non riuscivo a fare altro che guardare gli occhi brillanti dell'anziana donna...
Non so cosa si dissero, ma parlarono per tutta la notte e buona parte del giorno successivo.
Alla fine, mio padre e mia madre vennero da me e mi dissero di raccogliere le mie cose. Scoppiai a piangere: ero convinto che i miei genitori non mi volessero più, che mi volessero abbandonare...
Invece, mia madre mi strinse forte a sé e mi riempì di baci; mi cullò tra le braccia, come fossi ancora un neonato, e con voce stanca, ma gentile, mi disse di non preoccuparmi: non mi avrebbero lasciato mai.
Però il Clan - e loro erano, in fondo, d'accordo - riteneva che si dovesse capire meglio cosa mi stesse accadendo.
Perciò mio padre mi avrebbe acompagnato dalla Venerabile Kita.
La Venerabile Kita!!! Incredibile!!! Quella donna era già terribilmente anziana quando il nonno di mio nonno si era rivolto a lei, innumerevoli anni or sono, affinché guarisse sua moglie dalla Febbre delle Paludi.
Per tutti gli Halfling del mio Clan la Venerabile Kita era qualcosa a metà tra una leggenda e una potenza della natura. Si diceva che parlasse con le piante e con gli animali, che potesse controllare il tempo atmosferico, che la sua vista potesse scrutare nel passato più remoto così come vedere il futuro più distante...
La Venerabile Kita!!!
Non sapevo se ero più curioso o più spaventato...
Comunque, poche ore dopo mio padre e io ci trovavamo in sella a un pony grassottello, diretti verso nord.
Pensavo che sarebbe stato un viaggio breve; invece ci vollero più di sette giorni perché giungessimo a destinazione: le pendici di un alto picco - conosciuto come La Rupe dell'Aquila -, nel pieno di un bosco di conifere dall'aspetto decisamente selvaggio e poco ospitale.
Confesso che avevo paura: il bosco era scuro, soprattutto ora che si avvicinava il crepuscolo; intorno a noi c'erano scricchiolii, rumori di passi, versi di animali a me sconosciuti... E poi avevo la sensazione di essere costantemente controllato da qualcuno - o da qualcosa.
Mio padre non era meno inquieto di me; eppure cercava di matenersi calmo, e di non far spaventare me ancora di più.
Ci affrettammo a montare una tenda, e ci prendemmo cura del pony (che io avevo affettuosamente chiamato "Mandy", perché aveva uno sguardo che mi ricordava uno dei cugini di mia madre, Mandethor), anche se ci preoccupammo di impastoiarlo per evitare che potesse fuggire. Se lo avessimo osservato bene, ci saremmo invece resi conto che lui era tranquillissimo, come se si trovasse ancora nella sua stalla e non in mezzo a una foresta sconosciuta: avremmo così capito che i pericoli che immaginavamo erano molto poco reali...
La notte infatti trascorse tranquilla.
E al mattino, appena il sole si fece largo tra le fronde, riposato e più tranquillo, uscii dalla tenda, approfittando del fatto che mio padre ancora russava; mi stiracchiai, mi girai verso Mandy, e sgranai gli occhi! Vicino al pony sedeva, compostamente, la Halfling più vecchia che avessi mai visto: il suo viso era una ragnatela di rughe; i capelli bianchi, lunghissimi, erano raccolti in una treccia che doveva superare abbondantemente il metro e mezzo di lunghezza; eppure gli occhi, di un verde brillante, non mostravano alcuna traccia di senilità.
La vecchia sorrise del mio sbigottimento, e mi fece cenno di andare da lei: "Si, mio piccolo amico. Io sono Kita", disse con una voce che era come il suono argentino delle acque di un ruscello. "Ti attendevo, Odo....", sorrise, "...e attendevo anche tuo padre. Perciò corri, torna alla tenda e chiamalo, per piacere."
Mi sorrise di nuovo, e poi si rivolse a Mandy, sussurrandogli chissà quali parole sottovoce.
Corsi da mio padre e lo svegliai, concitato, e gli dissi della Venerabile Kita. Lui si affrettò fuori dalla tenda, nervoso, e mi prese per mano.
Io non riuscivo a fare altro che guardare gli occhi brillanti dell'anziana donna...