domenica 18 maggio 2008

Il Sogno

Intorno a me l'aria era calda, profumata degli odori del bosco, e pungente per un vago sentore di resina.
Aprii gli occhi. Tutto era buio; ma non era il buio di certi angoli nascosti, carichi di segreti inconfessabili e terrori in agguato. Era un buio avvolgente e gentile, ma forte, come l'abbraccio di un padre.
Ero disiorentato: non ero in grado di distnguere il sotto dal sopra, sinistra e destra, avanti e indietro... eppure, non provavo paura: sentivo - no! - sapevo che ero al sicuro.
Poi, improvvisamente, vidi una luce, verde e dorata come i riflessi del Sole sulle foglie degli alberi.
All'inizio era tenue come una scintilla, me velocemente prese vigore, fino a rischiarare tutto l'orizzonte. E al centro di essa, una figura, antica e imponente, ma anche gentile e rassicurante.
Subito mi mossi per raggiungerla.
Ma più mi affannavo verso di essa, meno la distanza tra noi pareva diminuire. Tentai di avvicinarmi per quelle che pensai essere ore, ma niente... allora, esausto e frustrato, mi fermai.
E improvvisamente mi misi a piangere. Piangevo perché ero stanco, piangevo perché cominciavo ad avere paura, ma piangevo anche perché, per la prima volta, ero consapevole che dipendeva da ME e da me solo raggiungere quella figura e capire CHI fossi: niente di fisico mi impediva di avanzare, eppure non riducevo la distanza...
Fu allora che la figura mi parlò, e sebbene non pronunciasse parola, la sua voce mi giunse nitida e profonda: "Cos'è a trattenerti, Odo?" Non c'era altro che curiosità in quelle parole, eppure mi colpirono come un rimprovero.

Mi arrabbiai, e cominciai a correre. Ma più correvo, più la distanza tra me e il mio misterioso interlocutore aumentava. Allora urlai, con tutto il fiato che avevo: urlai la mia frustrazione, urlai la mia rabbia, urlai la mia umiliazione.
E il buio attorno a me esplose, frantumandosi in migliaia di schegge, mentre dalle mie mai, dai miei occhi, dalla mia bocca spalancata e urlante, raggi di un'intensa luce violetta si dipartivano a lacerare le tenebre.
Ma non riuscirono a infrangere l'aura verde-dorata, né a colpire la figura racchiusa in essa.

L'essere mi parlò di nuovo: "Cosa ti succede, Odo?", e pronunciò quelle parole con la sicurezza di chi sa già la rispota; "Cos'è che ti spaventa?"
Mi fermai. Non sapevo cosa rispondere.
Subito le energie che erano scaturie da me si dissiparono, come private di ciò che le aveva scatenate.
E finalmente compresi.
Compresi che quelle energie le avevo richiamate IO, attraverso le mie emozioni; compresi che però, se lasciate in balia delle sole emozioni, erano incontrollabili e pericolose: dovevo imbrigliarle imparando a gestire razionalmente i miei stati d'animo, senza lasciare che fossero questi a guidare me. E compresi perché quelle energie non avevano nemmeno scalfito la superficie della luce verde-dorata: perché erano la stessa cosa; un potere naturale e immenso che permea tutto il mondo.

"E' la MAGIA...", mi disse la figura, ora al mio fianco: "Essa è ciò che permea e unisce tutto il Creato. E' una forza benefica in sé, ma che può diventare estremamente pericolosa e distruttiva."
L'essere mi poggiò una mano sulla spalla: "Tu, come altri, la percepisci e ne attingi per istinto. Ma così non la controlli."
Sollevai lo sguardo verso il mio interlocutore, e vidi un vecchio, metà uomo e metà albero, benevolo e antico, saggio e potente. "Ora lo so...", gli dissi.
"E allora non ti resta che fare tua questa consapevolezza, e imparare a controllare la Magia che ti scorre dentro imparando a controllare le tue emozioni senza esserne schiavo." Mi sorrise, e tutto si tinse dei colori di un mattino estivo tra le fronde dei boschi: "Io so che ce la farai..."

Di nuovo, tutto si fece buio, e io persi conoscenza; o almeno, credetti di perderla.
Perché subito dopo, lentamente e stancamente, mi stavo trascinando fuori dall'intrico delle radici del Padre dei Boschi.
Mio padre, preoccupato, mi corse incontro e mi aiutò a uscire all'aperto; c'erano lacrime di paura e di gioia nei suoi occhi, e quando vide che sorridevo, si lasciò andare a un pianto di liberazione.

La Venerabile Kita, poco distante, sorrideva alla grande quercia, riconoscente.