
Rimanemmo con la Venerabile Kita per tre settimane, durante le quali, mentre mio padre si prodigava per svolgere moltissime mansioni per la donna, ella mi studiava e mi istruiva insieme.
Soprattutto, la Venerabile Kita non perdeva occasione di mettermi alla prova, di cercare di scoprire i limiti di quei poteri che io non comprendevo ancora e che invece per lei erano assolutamente naturali.
Ogni sera, poi, prima di lasciarmi andare a dormire, mi chiedeva di parlarle di tutto ciò che durante il giorno aveva attirato la mia attenzione e risvegliato la mia curiosità: era sempre pronta ad aiutarmi a comprendere il perché delle cose e mi spingeva, con la severità bonaria di una nonna, a pormi sempre nuovi interrogativi.
A ripensarci adesso, mi sembra che quei giorni siano parte di un'altra esistenza, quasi non facessero realmente parte della mia vita, la quale, ora come ora, è ben più complessa e difficile di quanto non lo fosse all'epoca.
Eppure, questi ricordi preziosi risvegliano nel mio cuore un'energia, un tepore piacevole e protettivo come quello del piccolo fuoco che ardeva nella capanna della vecchia...
La mattina del diciottesimo giorno, però, la Venerabile Kita non mi portò con sé in giro per il bosco, interrogandomi, osservandomi e - nascostamente - istruendomi: mi condusse invece molto addentro tra gli alberi, seguendo un sentiero invisibile fatto di muschi, rami particolari e ricordi, in una piccola radura al centro della quale si ergeva la più grande quercia che avessi mai visto!
Era alta almeno venti metri, e la circonferenza del suo tronco era tale che nemmeno cinquanta Halfling, tenendosi per mano, avrebbero potuto cingerla completamente.
I suoi rami, verdi di foglie, sembravano emanare un'aura tangibile di selvaggia vitalità; il vento che stormiva fra di essi aveva tonalità possenti e pareva donare all'albero voce e sentimenti, sicché mi sentii improvvisamente piccolo e insignificante davanti a tanta possanza.
La Venerabile Kita mi mise una mano sulla spalla, e mi sorrise: "Questo albero, mio piccolo amico, non è una quercia qualunque..." Con un ampio movimento della mano ne indicò il tronco nodoso: "Esso è uno dei Padri dei Boschi, i più antichi e saggi tra gli alberi. Le loro radici profonde conoscono i segreti della terra, e i lor rami svettanti parlano il linguaggio del vento e degli uccelli. La linfa scorre in loro carica della forza stessa della Grande Madre, la terra; i loro tronchi nodosi hanno visto tutte le ere del mondo..." Con un sorriso dolce, la Venerabile Kita mi sospinse verso l'albero: "...e le profondità nascoste tra le loro radici sono rifugio per le creature del bosco, e grembo per chi deve rinascere a nuova vita..."
Tremando mi voltai verso la donna, incapace di esprimere la mia soggezione e la mia paura. Ma la Venerabile Kita, sempre sorridente, mi sospinse inflessibile verso un intrico particolarmente grosso di radici, all'interno del quale si intravedeva un incavo, quasi l'ingresso di una piccola grotta: "Entra, Odo.", mi disse, sempre sospingendomi delicatamente ma con fermezza: "E' tempo che tu sappia chi sei e capisca cos'è che ti sta accadendo."
E con un'ultima spinta, mi pose innanzi all'imboccatura di quella spelonca lignea.
Di nuovo mi voltai a guardarla, esitante, ma la Venerabile Kita mi fece cenno di proseguire.
Così, spaventato, mi misi carponi e mi spinsi tra le radici del Padre dei Boschi. Non appena varcai completamente l'angusto ingresso, mi ritrovai in una specie di caverna fatta di radici, legno e terra. La luce esterna non penetrava in quell'ambiente, eppure non sentivo freddo, né l'aria mi sembrava umida: era anzi, calda e accogliente, e si muoveva attorno a me in piccole volute, come se fosse il respiro della quercia - o della terra stessa, chissà.
In breve la paura svanì, e persi completamente la concezione del tempo, abbandonandomi al rassicurante abbraccio del Padre dei Boschi e al piacevole torpore che mi stava invadendo.
Pian piano scivolai nel sonno; e nel sonno mi parve di sentire un basso mormorio, quasi una voce, cullarmi e guidarmi nei miei sogni...
Soprattutto, la Venerabile Kita non perdeva occasione di mettermi alla prova, di cercare di scoprire i limiti di quei poteri che io non comprendevo ancora e che invece per lei erano assolutamente naturali.
Ogni sera, poi, prima di lasciarmi andare a dormire, mi chiedeva di parlarle di tutto ciò che durante il giorno aveva attirato la mia attenzione e risvegliato la mia curiosità: era sempre pronta ad aiutarmi a comprendere il perché delle cose e mi spingeva, con la severità bonaria di una nonna, a pormi sempre nuovi interrogativi.
A ripensarci adesso, mi sembra che quei giorni siano parte di un'altra esistenza, quasi non facessero realmente parte della mia vita, la quale, ora come ora, è ben più complessa e difficile di quanto non lo fosse all'epoca.
Eppure, questi ricordi preziosi risvegliano nel mio cuore un'energia, un tepore piacevole e protettivo come quello del piccolo fuoco che ardeva nella capanna della vecchia...
La mattina del diciottesimo giorno, però, la Venerabile Kita non mi portò con sé in giro per il bosco, interrogandomi, osservandomi e - nascostamente - istruendomi: mi condusse invece molto addentro tra gli alberi, seguendo un sentiero invisibile fatto di muschi, rami particolari e ricordi, in una piccola radura al centro della quale si ergeva la più grande quercia che avessi mai visto!
Era alta almeno venti metri, e la circonferenza del suo tronco era tale che nemmeno cinquanta Halfling, tenendosi per mano, avrebbero potuto cingerla completamente.
I suoi rami, verdi di foglie, sembravano emanare un'aura tangibile di selvaggia vitalità; il vento che stormiva fra di essi aveva tonalità possenti e pareva donare all'albero voce e sentimenti, sicché mi sentii improvvisamente piccolo e insignificante davanti a tanta possanza.
La Venerabile Kita mi mise una mano sulla spalla, e mi sorrise: "Questo albero, mio piccolo amico, non è una quercia qualunque..." Con un ampio movimento della mano ne indicò il tronco nodoso: "Esso è uno dei Padri dei Boschi, i più antichi e saggi tra gli alberi. Le loro radici profonde conoscono i segreti della terra, e i lor rami svettanti parlano il linguaggio del vento e degli uccelli. La linfa scorre in loro carica della forza stessa della Grande Madre, la terra; i loro tronchi nodosi hanno visto tutte le ere del mondo..." Con un sorriso dolce, la Venerabile Kita mi sospinse verso l'albero: "...e le profondità nascoste tra le loro radici sono rifugio per le creature del bosco, e grembo per chi deve rinascere a nuova vita..."
Tremando mi voltai verso la donna, incapace di esprimere la mia soggezione e la mia paura. Ma la Venerabile Kita, sempre sorridente, mi sospinse inflessibile verso un intrico particolarmente grosso di radici, all'interno del quale si intravedeva un incavo, quasi l'ingresso di una piccola grotta: "Entra, Odo.", mi disse, sempre sospingendomi delicatamente ma con fermezza: "E' tempo che tu sappia chi sei e capisca cos'è che ti sta accadendo."
E con un'ultima spinta, mi pose innanzi all'imboccatura di quella spelonca lignea.
Di nuovo mi voltai a guardarla, esitante, ma la Venerabile Kita mi fece cenno di proseguire.
Così, spaventato, mi misi carponi e mi spinsi tra le radici del Padre dei Boschi. Non appena varcai completamente l'angusto ingresso, mi ritrovai in una specie di caverna fatta di radici, legno e terra. La luce esterna non penetrava in quell'ambiente, eppure non sentivo freddo, né l'aria mi sembrava umida: era anzi, calda e accogliente, e si muoveva attorno a me in piccole volute, come se fosse il respiro della quercia - o della terra stessa, chissà.
In breve la paura svanì, e persi completamente la concezione del tempo, abbandonandomi al rassicurante abbraccio del Padre dei Boschi e al piacevole torpore che mi stava invadendo.
Pian piano scivolai nel sonno; e nel sonno mi parve di sentire un basso mormorio, quasi una voce, cullarmi e guidarmi nei miei sogni...